Saul Steinberg, New Yorker, 1949
Musiche: Erik Satie – Gymnopedie n°1
Tecniche: Gioco di ombre e sculture in fil di ferro

« Il disegno come esperienza e occupazione letteraria mi libera dal bisogno di parlare e di scrivere. Lo scrivere è un mestiere talmente orribile, talmente difficile… Anche la pittura e la scultura sono altrettanto difficili e complicate e per me sarebbero una perdita di tempo. C’è nella pittura e nella scultura un compiacimento, un narcisismo, un modo di perdere tempo attraverso un piacere che evita la vera essenza delle cose, l’idea pura; mentre il disegno è la più rigorosa, la meno narcisistica delle espressioni. » 
(Saul Steinberg, intervista di Sergio Zavoli, 1967)

Dal mondo newyorkese di Steinberg, sofisticato e ferocemente ironico una piccola storia tragicomica che racconta l’età dell’uomo nella nostra epoca. Un piccolo atto d’accusa sulla futilità della vita dove Sartre e Camus si troverebbero d’accordo. Dal critico statunitense Harold Rosenberg, a Saul Bellow, allo storico dell’arte Ernst Gombrich, a Italo Calvino, a Eugene Ionesco, a Roland Barthes, sono molti gli intellettuali che hanno scritto su e per i disegni di Steinberg, che hanno così ricevuto una consacrazione critica pari a quella dei maggiori artisti del XX secolo, unita ad un vastissimo successo di pubblico.

I temi cari al disegnatore sono molteplici, ma ruotano intorno alla “consapevolezza della linea di essere una linea”: ogni figura e ogni personaggio che esce dalla penna di Steinberg è consapevole di essere disegnato. A questo si intrecciano gli altri temi principali: quello dell’identità costruita (passaporti e documenti falsi, impronte digitali, maschere, riflessi), quello della vita sociale (nelle molte opere dedicate alla vita pubblica americana, nelle parate), quello delle parole (nelle rappresentazioni di verbi e aggettivi come personaggi da fumetto, nella rappresentazione dei linguaggi).

Le vignette e illustrazioni di Steinberg (prescindendo dagli anni in Italia) sono apparse sui periodici americani LifeTime , New Yorker e Harper’s Bazaar . La sua opera più celebre è View of the world from 9th avenue , copertina di un numero del New Yorker  del 1976.

Milano ha ospitato fino a qualche anno fa una delle creazioni più singolari di Steinberg, la sua decorazione (graffito nero su fondo bianco) di inizio anni ’60 nell’androne della Palazzina Mayer. Attualmente, dopo una sciagurata ristrutturazione, dell’opera rimangono solo le foto di Ugo Mulas.

I suoi disegni sono stati esposti in più di 80 mostre personali, e sono ora conservati in diversi musei di arte moderna in Israele, Europa e Stati Uniti. Oltre al disegno, Steinberg praticò una forma personalissima di scultura, realizzando maschere in vari materiali .Nel 1984 la rivista giapponese Idea  lo colloca tra i trenta designers più influenti del ventesimo secolo.

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